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6 agosto 2008
CiceroPiccolaLetteratura - numero 6

Cicero Piccola Letteratura
 

Raccolta mensile a tema letterario legata al Progetto Cicero.



Numero 6 - Agosto 2008








Foto di copertina scattata
da Massimo D'Onofrio




 

 

 Indice

Squash - di Alessandro Rossi, sezione Narrando...

Apollo e Dioniso - di Carla Ardizzone, sezione Cocktail bar

Respiro - di Anna Tomasetto, sezione Il Simposio

Dal sole, dietro al Grand Palais, alla Senna, sotto il Pont Mirabeau - di Carla Ardizzone, sezione Note di letteratura

Radici - di Marianna Piombo, sezione In giro per il mondo

Il fascino perverso della calma - di Damiano Spinelli, sezione Il Simposio







permalink | inviato da cadina il 6/8/2008 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 agosto 2008
Squash
 

Ieri sera sono andato trovare l'Eterno.
In realtà Lui odia farsi chiamare così, lo fa sentire vecchio.
Comunque sono arrivato a casa Sua e, come al solito, mi ha accolto Pietro.
"Ciao Pietro, come va?" ho esordito.
"Bene, e tu ?" ha risposto lui.
"Bene anch'io, sono passato a vedere cosa fa l'Unico."
"Gioca a Squash." mi ha risposto Pietro.
Poi, dopo essersi accorto che lo guardavo con aria attonita, ha proseguito: "Dice che vuole tenersi in forma, allora si è creato un campo e si allena tre volte al giorno, settemila anni a volta... immaginati come riduce le tuniche tutte le volte. E poi è anche pericoloso, l'altra sera ha sbagliato un colpo ed ha preso in pieno lo Shuttle che tornava sulla terra. Un disastro. Meno male che gli scienziati della NASA non capiscono nulla e hanno dato la colpa a un danno nelle protezioni esterne."
"Si, ma, è morta della gente..."
"Oh, guarda, non me ne parlare. Quano gliel'ho detto ha messo su un muso infinito e poi ha detto che nessuno ha mai ordinato agli esseri umani di uscire dalla propia atmosfera. Se avessero ascoltato quelo che diceva Aristotele, adesso lui potrebbe giocare a Squash tranquillo. E, per sentirsi meglio, ha assolto tutti i peccati degli astronauti e li ha ammessi al Paradiso senza passare dal via. Quando fa così è veramente insopportabile!"
Improvvisamente una voce: "Pietro ! Digli di mettersi un paio di pantaloncini, una maglietta e le scarpe e di venire di qui!"
Io odio giocare con Dio, lui non perde mai. Solo che è convinto che non ti impegni quando giochi con lui, allora si arrabbia e diventa veramente insopportabile. Una volta, dopo avermi battuto a Backgammon, si è talmente arrabbiato perchè la partità era stata facile che ha tirato un pugno sul tavolo e ha raso al suolo mezza Turchia.
Pietro mi ha guardato con aria compassionevole, poi ha aperto una porta. Dietro c'era uno spogliatoio. Nello spogliatoio maglia, calzoncini, calze e scarpe, rigorosamente bianche. Oltre, ovviamente, ad una racchetta da Squash.
Dopo essermi bardato come un gelataio, ho aperto la porta che dava sul campo e mi sono trovato davanti ad una scena raccappricciante: Dio che giocava contro sè stesso.
E' andato avanti trentasette minuti, senza sbagliare un colpo.
Poi, grazie a Lui, si è fermato e mi ha detto: "Scusa, ma questo, è l'unico modo per giocare un po'. Normalmente dopo dieci minuti la partità è finita. L'altra sera, ad esempio, ho giocato con Michele. Bhè, non sa perdere: pensa che dopo dieci minuti ha spaccato la racchetta, ha tirato fuori la spada fiammeggiante e ha polverizzato la pallina, poi ha detto che andava all'Inferno a sterminare un po' di demoni, giusto per scaricare i nervi, e se n'è andato."
"Come va ?" gli ho chiesto cercando di cambiare discorso.
"Come sempre." mi ha risposto lui, "Batti tu."
"Ma io non ho mai giocato" ho detto.
"Bhè, c'è sempre una prima volta." mi ha risposto Lui.
Adesso, non so se avete presente com'è lo Squash: tiri una pallina di gomma fortissimo contro una parete cercando di non farla prendere al tuo avversario.
Ma se il tuo avversario è onnisciente, allora sa già dove andrà la pallina prima ancora che tu decida di tirare.
Vi risparmio la cronaca della partita.
L'unica cosa buona è stata che non si è arrabbiato.
Mi ha detto di tornare quando voglio, che un'altra partita con me la gioca volentieri.
Mi resterà per sempre impressa nella mente la figura di quel vecchietto con la barba bianca a mezzo petto, che si regge con una mano la tunica bianca, da cui spuntano delle scarpette altrettanto bianche, mentre con l'altra mano tira delle racchettate fortissime alla pallina di gomma.
Lì per lì l'ho trovato insopportabile.
Ma, a pensarci bene, dopotutto, faceva tenerezza.


Alessandro Rossi




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5 agosto 2008
Apollo e Dioniso
 

Oggi ho studiato tutto il giorno e sono indietro, come al solito.
Domani mi troverò davanti ad un professore che immagino giovane e bello, tirerò fuori il più dolce sorriso che troverò nel mio DNA e me lo stamperò in faccia.
Troverò le parole più erudite che conosca e scaverò tra tutte le nozioni che possieda, aprirò i cassetti della memoria e risponderò a qualsiasi domanda con un tono misurato, pacato.
Non importa se la risposta sia giusta o sbagliata, l’importante è che sia pertinente.
Guarderò il professore dritto negli occhi e gli dimostrerò di non aver paura, come si fa con i cani.
Non avrò lacune, anche se le avrò senz’altro. Azzarderò qualche riflessione, mi comporterò come una persona dall’acume fine ma dotata di un’adorabile modestia.
Soprattutto avrò gli occhi grandi e buoni.
Renderò ogni mio errore un commovente lapsus dato dall’eccessiva timidezza.
Se strapperò un bel voto, pubblicherò un libro e chiederò il brevetto per questo mio rivoluzionario sistema per passare gli esami.
Un buon osservatore, tendenzialmente, potrebbe riuscire a controllare e, in qualche modo, prevedere ogni reazione altrui.

Buffo il fatto che non si riesca a mantenere questa lucidità in tutte le situazioni.
Ci sono momenti, o persone, che rendono impossibile un’ efficace propensione alla razionalità.
Forse è un bene, forse no.

Ho sempre amato le epoche della storia in cui la ragione si affermò sull’emotività. Vedo bianca l’antica grecia, rosso sangue il tardo impero; nero il medioevo e gialla l’età dei lumi; marrone l’ottocento, blu con qualche macchia di celeste il novecento appena iniziato; grigio il periodo delle due guerre, verde pozza i nostri tempi.
Non si dovrebbe connettere un giudizio qualitativo ad un colore, e la mia ripartizione per epoche sconfessa la mia impostazione ancora scolastica. Ammetto la mia colpa.
Tuttavia, andando oltre i miei errori di metodo, bisogna condividere il fatto che questi colori pastosi, scuri e passionali hanno un gran fascino, no? E mi scopro a leggere di strege e stregoni e mi scordo di Voltaire.

Dioniso e Apollo. Mi sarebbe piaciuto Apollo, l’avrei corteggiato e infine sposato, ma con Dioniso,con Dioniso sarebbe stato un delirio di travolgenti orgasmi.

Dioniso sarebbe stato scuro, alto, con lo sguardo un po’ obliquo, un sorriso sicuro di sé. Apollo, lo avrei invece incontrato ad una mostra, ben vestito e biondo, gentile.
Dioniso ha dei denti bianchi e labbra carnose, braccia grandi, molte donne ed un certo gusto per la provocazione. Mi guarda da lontano, arrogante, mentre parlo con Apollo, che ha dei grandi occhi azzurri dietro gli occhiali, e la sensualità di un uomo giovane e pulito da sporcare un po’.

Io tra me e me dico: ma questa mostra è un ricettacolo di figoni!

Dopo la mostra vado a cena in un sofisticato ristorante di stile newyorkese con Apollo, che ha una bellezza delicata e un’aria malinconica, elegante nella sua camicia bianca. Le sue mani sono grandi. Mi guarda timido, e mi sale un brivido su per la schiena quando intercetto per un attimo il suo sguardo, e quegli occhi blu, enormi.
Mi sento già profondamente innamorata, quando dopo cena incontro, in un fumoso locale londinese, proprio quel Dioniso di prima, quello che mi guardava alla mostra mentre mi rimorchiavo Apollo.
E’ appartato con una ragazza, lui ride, l’abbraccia, la provoca. Ha gli occhi neri e i capelli lunghi e la pelle scura. Quello sguardo rovinoso mi si appiccica addosso e io cerco di pensare ad Apollo, ma in quel fumoso locale notturno di Londra Dioniso mi tenta con quegli occhi da felino e il corpo teso, rotondo e modellato.

Ma come si fa!

Quando mi si avvicina ero già sua da un pezzo, e tenendomi tra le sue braccia possenti, appoggia le labbra rosse sulle mie. Io mi perdo completamente in tanto oscuro splendore.
Il giorno dopo sono già impazzita per il nero signore, e mentre Dioniso mi ignora, Apollo mi corteggia soavemente.
Io piango come un’isterica ogni notte per Dioniso, gli faccio scenate sotto casa e lo intercetto telefonicamente, mentre tutti i giorni passeggio nella dolce lucente armonia che mi regala Apollo, e gli accarezzo il volto liscio pensando che sia l’uomo più bello del mondo.

Questa è la storia della mia vita e quella, penso, di tutti gli esseri umani.

Il fatto è che Apollo si ama, Dioniso si desidera follemente.
Ti far star bene l’armonia, ti affascina il jazz.
Morale della favola: andate tutti a fanculo! Mi sa che mi butto su Atena.


Carla Ardizzone


Immagine tratta dal film "Jules et Jim" di F. Truffaut




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5 agosto 2008
Respiro
 

Il candore di una luce
e il sentire nel silenzio
di un'immagine brillante
ma offuscata dallo sguardo.
E tocco dentro di me, nel profondo del respiro
anche ogni centimetro di pelle.

In ogni lacrima che scende
o che trattengo nella gola
in ogni sguardo di chi vedo
nei suoi graffi e nel suo buio
Sento come Spirito, o forse Vita che rinasce
per poi assopirsi nel ricordo.

Quando sento così tanto
vorrei fermare tutto il tempo
in un bicchiere di cristallo
che a volte chiamo Poesia.


Anna Tomasetto




Fotografia di Anna Tomasetto




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5 agosto 2008
Dal sole, dietro al Grand Palais, alla Senna, sotto al ponte Mirabeau
 

Guillaume Apollinaire e Jacques Prevert, si possono pensare due autori più diversi?
Eppure, i due hanno parecchio in comune, due cose fra tutte, la loro lingua e la loro città, oltre al fatto di essere stati quasi contemporanei.
Qui, volevo riportare delle poesie, di non molti versi ma estremamente evocative, in lingua francese e nella loro traduzione italiana.
Non volevo dire molto altro, solo suggerire alcune parole della più espressiva poesia francese del novecento.
E' mia la traduzione italiana, che ha cercato di restare fedele al testo e tuttavia rendere la musicalità e il significato originario del francese.



Immense et Rouge

Immense et rouge
Au-dessus du Grand Palais
Le soleil d’hiver apparaît
Et disparaît
Comme lui mon coeur va disparaître
Et tout mon sang va s’en aller
S’en aller à ta recherche
Mon amour
Ma beauté
Et te trouver
Là où tu es



Immenso e Rosso

Immenso e rosso
dietro il Grand Palais
Il sole d'inverno appare
e scompare
e come lui il mio cuore sparirà
e tutto il mio sangue se ne andrà
andrà in cerca di te
mio amore
mia bellezza
e ti troverà
ovunque tu sia

Jacques Prevert







Fiesta

Et le verres étaient vides
et la bouteille brisée
Et le lit était grand ouvert
et la porte fermée
Et toutes les étoiles de verre
du bonheur et de la beauté
resplendissaient dans la poussière
de la chambre mal balayée
Et j’étais ivre mort
et j’étais feu de joie
et toi ivre vivante
toute nue dans mes bras


Fiesta

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia spezzata
E il letto era spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della gioia e della bellezza
risplendevano dentro la polvere
della camera mal spazzata
E io ero ubriaco morto
ed ero folle di gioia
e tu ubriaca viva
tutta nuda tra le mie braccia

Jacques Prevert





L’adieu

J'ai cueilli ce brin de bruyère
L'automne est morte souviens-t'en
Nous ne nous verrons plus sur terre
Odeur du temps Brin de bruyère
Et souviens-toi que je t'attends.



L'addio

Ho colto questo filo di brughiera
L'autunno è morto ricordatelo
Non ci vedremo più sulla terra
Odore del tempo filo di brughiera
E ricordati ancora che io ti aspetto
.

Guillaume Apollinaire







Le Pont Mirabeau

Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Et nos amours
Faut-il qu'il m'en souvienne
La joie venait toujours après la peine

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

Les mains dans les mains restons face à face
Tandis que sous
Le pont de nos bras passe
Des éternels regards l'onde si lasse

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

L'amour s'en va comme cette eau courante
L'amour s'en va
Comme la vie est lente
Et comme l'Espérance est violente

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure

Passent les jours et passent les semaines
Ni temps passé
Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine

Vienne la nuit sonne l'heure
Les jours s'en vont je demeure



Il Ponte Mirabeau

Sotto Pont Mirabeau scorre la Senna
Ed i nostri amori
Fa che io lo ricordi
La gioia veniva sempre dopo la pena

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io resto ancora

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
Mentre sotto
Il ponte delle nostre braccia
Stanca degli eterni sguardi l’onda passa

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io resto ancora

L’amore va come quest' acqua corrente
L’amore va come la vita è lenta
E come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io resto ancora

Passano i giorni e passano le settimane
Nè il tempo passato
Nè gli amori ritornano
Sotto il Pont Mirabeau scorre la Senna

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io resto ancora

Guillaume Apollinaire


Carla Ardizzone


Foto di Elisabetta Lugari




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5 agosto 2008
Radici

 Quel paese era la sua casa. Da sempre. Ma era arrivato per lei il momento di partire.
Un biglietto di sola andata ed una nuova stanza già pronta in una grande città. C’era una nuova vita ad attenderla, quella stessa realtà che per tanto tempo aveva rincorso e desiderato; il suo animo sognava orizzonti più ampi e panorami sconfinati fin da quando era costretta a mettersi in punta di piedi per poter scrutare quelli, reali e tangibili, posti al di fuori della sua finestra. Eppure quel sogno le sembrava essere arrivato troppo in fretta.
Proprio all’alba della partenza, aveva imparato ad amare quella terra, andando oltre i suoi visibili difetti. Tante, forse troppe volte, quel paese era stato per lei come un vestito ormai un po’ stretto, ma mai lei avrebbe voluto toglierlo dall’armadio. Era legame affettivo indistruttibile. Ricordi. Avventure. Qualche dispiacere. Liti e chiarimenti. Luci ed ombre. Sempre nuovo nel suo essere immutabile. Spesso le capitava di dimenticare l’esistenza di quel maglione, magari un po’ vecchio e sdrucito, ma non appena lo ritrovava, riaffiorava subito in mente la sua storia. E tornava ad indossarlo, incurante di tutto, dei suoi difetti, delle sue pecche; lo indossava per amore. Per l’amore che nutriva per quei luoghi, da sempre noti, ma mai rivelatisi del tutto. Vissuti.
Amava il suo paese, quel suo dolce “far niente”, superbo, apatico, ostinato e diffidente. Amava il rumore dei suoi passi solitari, accompagnati dagli sguardi attenti di anziane signore nascoste da un vetro, e il suono di quell’orchestra naturale che inondava le mille scale, melodia ricca di sincopi, abbellimenti, passaggi di tonalità. Amava i giochi di bambina, le ginocchia segnate dalle corse a scovare un nascondiglio, le mille avventure di improbabili eroine, la flebile luce di un mare di lucciole in una notte senza luna. Amava poter sentire l’odore della pioggia, dopo una tempesta estiva, e il profumo del pane, di legna che arde. Amava le strade “infiumate” d’acqua, accarezzate dal sole, o nascoste dal candore invernale, quando al mattino la neve è gelosa proprietaria delle poche orme che ha ricevuto in dono. Amava quella gente, schiva ma desiderosa di farsi vedere, a volte un po’ spaventata dal mondo oltre le “colonne d’Ercole”, un po’ spaventata dal suo animo ulisside, così diverso, così affascinante.

Quel paese era la sua casa. La casa che non lasci, nonostante le partenze, casa che porti dentro; casa dove ritorni ogni volta che la mente sfugge al controllo del corpo, quando sei ferito o contento, per condividere con essa la tua vita. Casa che ti fa sentire protetto, avvolto da un silenzio ovattato, da una dolcezza gentile ed educata; casa dove, allo stesso tempo, hai paura della forza di legami più grandi di te.
Radici che lei non poteva recidere, nascoste ma essenziali per la sua linfa vitale.
Non poteva fare altro che seguire il corso in cui era stata immessa, quello che la spingeva, sempre altrove rispetto a dove avrebbe voluto essere. L’acqua difficilmente è quieta; è turbine, irruente e inarrestabile. Lei era nell’acqua, era acqua. Avrebbe voluto lasciarsela scorrere addosso, rimanere implacabile nelle rapide, ma non poteva. Sarebbe partita. Cuore in gola, occhi lucidi d'orgoglio che non lasciavano cadere quelle lacrime che affollavano l’animo, lunghe dita percorse da un brivido.

Quel paese era la sua casa. Piccolo mondo antico, immutato ed immobile al quale stava per regalare il suo saluto.
Si fermò, si sedette e osservò ancora una volta quel panorama che le si parava dinanzi, lo stesso che sempre si sarebbe portata dentro, tra mente e cuore, tra ricordi ed affetti. E scrisse il suo amore.

"Piccola valle incantata, ti osservo, muta e silente ed odo la tua voce lontana. Armonia e quiete nell'animo, strade deserte, popolate dal vento, invase da anime uscite fuori da vecchie e sbiadite fotografie. Vita di un tempo donatasi a noi che ancora solchiamo quelle stesse pietre. Grigio di storia, rosso mattone, tetti che scivolano. Distesa di infinite tegole, tasselli di un unico quadro, aggrappate con forza ad una collina. Orgoglio e caparbietà, suo vizio e sua virtù. Verde, marrone dorato di campi e boschi che quasi si accarezzano, amanti timidi alla loro prima uscita, vicini, ancora timorosi, teneri. Dolce foschia all'orizzonte pervade il celeste in cui perdersi attorniati da una giostra di nuvole, soffici, sfuggenti. Suono che ritorna, eco di giorni lontani, rintocco che riporta al mondo, quello reale. Ombre e luci, quelle vivide e presenti. Vitalità, brio, calore. Mi mancherà tutto ciò.
Mi mancheranno i colori, nella tavolozza che mi si offre allo sguardo e quelle tinte invisibili all'occhio, ma sgargianti nell'animo. Mi mancheranno questi luoghi, conosciuti e vissuti, una realtà che mi appartiene. Mi mancherà questa gente, con la sua apatia e la sua ristrettezza, con i suoi sorrisi e la sua presenza. Mi mancherà questo paese, mio rifugio e mia prigione."


Marianna Piombo


Fotografia di Marianna Piombo




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5 agosto 2008
Il fascino perverso della calma
 Che tu stai là capito ?
Tranquillo, oh !
Uno si deve rilassare !
Sdraiato,
magari non completamente,
ma tipo quelle sdraio che stai a 45 gradi
e tu orgoglioso esibisci la tua panza
con magno gaudio e profondissima quiete.

Che il mondo ti scorre intorno,
sia le cose brutte
sia le cose belle
e a te non te ne frega proprio un cazzo,
perchè sei morto ,
ti meravigli che non fai la bava,
però ti senti bene, buono persino
perchè la tua calma
ora ha il sopravvento.

Che du coglioni !

Il fiume scorre lento e quando mai ...
ma vaffanculo !
Dammi un fiume che scorre forte,
un torrente sì
tanto forte
che schiantandosi le acque sulle rocce
si infrangano su di me le perle del fastidio.
Che da questi impedimenti io capisca
che da questi ostacoli io non mi faccia fermare,
questo necessita
ora.

La calma è il volto sorridente della disperazione.
La calma è la virtù dei forti.

Ripeto a me stesso robot
frasi che spero mi tengano in vita
non respiro da ore
questa mente non la smette di pensare.

Il sottofondo giusto sarebbe
musica elettronica,
ma non la reggo no,
voglio qualcosa di fresco
che sciolga i miei pensieri
come bolle d'aria sporca
che emergono dal profondo
e scoppiano in superficie
svanendo per l'intrinseca debolezza
della loro natura.


Damiano Spinelli


Fotografia di Laura Perinelli



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17 maggio 2008
CiceroPiccolaLetteratura - Numero 5

Cicero Piccola Letteratura
 

Raccolta mensile a tema letterario legata al Progetto Cicero.

Uscita prevista il 15 di ogni mese dispari con nuovi 5 articoli.

Numero 5 - Maggio 2008




 


Foto di copertina scattata
da Marco Cigolini




 

 

 Indice

Intro - Carla Ardizzone, introduzione

Il cammino di Santiago - Paulo Coelho- Carla Ardizzone, in Libri, cinema e...

Nella notte - Yitao Mora, in Il Simposio

Istantes - Jorge Luis Borges - Valentina Caprari, in Note di letteratura

Letture sulla spagna del ventesimo secolo - Fabio Massimo Ballerini, in Uomini e mondi

Lo stile è femmina - Nicoletta Taddei, in Cocktail bar




permalink | inviato da cadina il 17/5/2008 alle 20:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
17 maggio 2008
Intro
Questo mese nella piccola letteratura sono cambiate alcune cose.

Tralasciando il cambiamento del titolo delle rubriche, posso dire che esse sono aumentate di numero e arricchiscono gli argomenti della rivista.

Tra le novità troviamo una rubrica che ho chiamato Uomini e Mondi, che tratta di storiografia.

In questo numero, la rubrica presenta l’articolo di Fabio Massimo Ballerini su varie letture che hanno come protagonista la Spagna del novecento.

Un’altra rubrica totalmente nuova è quella che ho intitolato Cocktail bar, dove si mescolano vari temi, che variano dal cinema, alla televisione, ai libri, e a tutto ciò che fa cultura oggi.

In questa edizione Nicoletta Taddei parla di cultura al femminile, discutendo del successo di serie televisive cult e di film che parlano soprattutto del mondo delle donne, e che hanno come autrici altre donne.

Per il resto, questo numero della piccola letteratura propone, attraverso una recensione scritta da me, la lettura del romanzo Il cammino di Santiago dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, mentre Valentina Caprari, neodirettrice della rivista Salsamania del gruppo cicero (complimenti!), ci suggerisce una splendida e malinconica poesia di Borges alla quale lei stessa ha aggiunto una piccola introduzione.

Yitao Mora per la prima volta è entrata in questa rivista con una poesia molto intima, mettendosi in gioco in maniera molto generosa. Per questo a lei va un mio speciale ringraziamento, e il benvenuto in questo angolo di Cicero.

Voglio concludere invitando i miei lettori a rendere più ricca e interessante questa mia piccola rivista con le proprie creazioni.

Mi potete contattare, potete discutere e commentare le mie scelte, potete criticarmi e non offendermi, magari, ma comunque partecipate!!!

Al prossimo numero,

Carla Ardizzone




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17 maggio 2008
Il cammino di Santiago - Paulo Coelho
Ho letto questo libro recentemente, ma da anni era rimasto sepolto nella mia libreria. E’ uscito, infatti, nei primi anni novanta, essendo il primo romanzo di questo scrittore brasiliano, seguito nel ‘95 dall’Alchimista, che con il suo enorme successo ha consacrato il suo autore come uno degli scrittori più conosciuti e stimati nel mondo.

Provai a leggerlo anni fa, ma ero troppo piccola per appassionarmi alle sue tematiche e lo lasciai perdere, un po’ annoiata a dir la verità.

Giusto l’anno scorso, qualche anno dopo il mio primo tentativo ed un po’ cresciuta, ho incontrato un’amica che mi ha raccontato, entusiasta, la sua esperienza nel percorrere il cammino che da Roncisvalle porta fino a Santiago di Compostela. Mi raccontò la fatica estrema, i chilometri, la solidarietà tra pellegrini e l’atmosfera di quei paesi, pregnante di storia e di misticismo.

Le notti all'addiaccio, la capacità di rompere ogni legame con le abitudini di città troppo rumorose e viziate.
Allora, decisi che prima o poi anche io avrei fatto questa esperienza, e cominciai ad informarmi sui percorsi, lessi le testimonianze di chi già aveva percorso il pellegrinaggio.

Una sera tornò alla mia mente quel libro che cominciai appena e lo spolverai tirandolo fuori da una pila di altri libri dimenticati.

Lo iniziai.

Ebbene, quella notte feci le quattro leggendolo, e in due giorni lo finii. Aveva decisamente catturato la mia attenzione.

Scuramente, il mio nuovo interesse per la materia fu determinante, ma tantissimo fece anche il modo in cui l’autore pone il tema del viaggio, del pellegrinaggio, e della crescita spirituale alla quale mira il viaggiatore.

C’è da dire che il punto di vista migliore per subire totalmente il fascino di questo libro è quello, ingenuo, di un lettore che si abbandona alla storia e crede alle sensazioni dell’autore, che lo segue nelle sue visioni e nelle lezioni che impara strada facendo, dimenticandosi delle proprie convinzioni e credenze, della propria razionalità.

Il percorso che il narratore Paulo compie, infatti, è un pellegrinaggio assolutamente personale, che attraverso esercizi e prove esoteriche lo condurrà ad arrivare al proprio obiettivo, trovare una spada, la sua spada, simbolo del grado di Maestro delle pratiche Ram.

Il suo percorso, perciò, non è diretto alle reliquie di San Giacomo,ed il suo credo non è cattolico. Esso si presenta, tuttavia, profondamente spirituale, tanto da dare un significato importante, anche se nuovo, al suo cammino.

Il viaggio è condotto in uno spazio che sembra atemporale, ad un livello a metà tra la realtà e il cielo. Un livello in cui angeli e diavoli sono presenze con cui il pellegrino si confronta, contro cui combatte e alle quali si appoggia, in un racconto che mescola esperienza di vita e leggende dei luoghi attraversati, misticismo e storia, inchiodando il lettore dentro un’atmosfera irripetibile.

In qualche modo, anche chi legge percorre lo straordinario cammino di Santiago, entrando davvero in contatto con una realtà molto diversa da quella di tutti i giorni.

Al lettore però, l’autore chiede qualcosa che non sempre è facile: la capacità di lasciarsi andare e suggestionare, o per lo meno quello di trovare il proprio obiettivo percorrendo, insieme a Paulo, il cammino di Santiago.


Carla Ardizzone

Foto di Marco Cigolini




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